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16 giugno 2011

Io e Aldo, amici a Roma
Esprimo i miei migliori auspici per l'esito di questa prima Mostra antologica, un evento che intende valorizzare l'opera interessante e poliedrica di Aldo Moriconi, mai ricorso a mostre per la sua 'allergia' all'ostentazione un Autore che è stato anche un mio amico - conosciuto e frequentato a Roma - dal 1967 agli inizi del 1973... prima della sua scomparsa e poco dopo il mio rientro definitivo a Milano per un anno intero abbiamo pranzato e cenato nella stessa trattoria dal lunedi' al sabato: 'da Cesaretto' chiudeva infallibilmente la domenica creando tra noi gruppetti di ''profughi'' che si ritrovavano a turno nella vana ricerca di un'atmosfera simile... cosi' casalinga che la cucina genuina di Zio Rolando, il servizio ai tavoli di sua moglie Crocetta e il coordinamento misurato e divertente di Luciano Guerra riuscivano a farci vivere ogni giorno cosi' ci si divideva tra una trattoria a Via Belsiana (dietro l'angolo di Via della Croce, di fronte alla botteguccia del 'lustrascarpe'), altri da ''il Bottaro'' a Lungotevere in Augusta, i piu' spendaccioni da ''Il Re degli amici'' tra attori di grido e Vip nella stessa via, infine in Via Flaminia in un ristorantino onesto dove Silvana Pampanini pranzava con amici attori, Antonio Cifariello in testa, intrecciando parole e battute con i 'profughi domenicali' di turno per Aldo sono stato uno dei suoi estimatori e, come architetto d'interni, un collezionista appassionato delle sue opere quanto del loro inserimento nei miei progetti a lui commissionai una tela orizzontale di 250 cm. x h 130 cm. che individuava la zona divani della mia prima casa romana da sposato e ancor oggi, dopo 40 anni circa, e' un riferimento del mio living milanese l'Architetto Tommaso Busiri Vici inseriva spesso sue grandi tele nell'arredo dei Transatlantici degli anni '60 e '70 e in alcuni hotel di Malta, l'Ing. Dante Jannicelli e il Prof. Ortali si onoravano dell'amicizia di Aldo e - per se stessi o per fare regali importanti - davano spazio all'arte di un amico che NON ha mai chiesto attenzione a nessuno, l'ha ottenuta con il suo garbo e la sua simpatia uscendo dalla Trattoria "da Cesaretto" in Via della Croce al 39, ogni tanto si andava a gruppetti (piu' spontanei che mai) a casa del poeta Elio Pagliarani per un bicchierino in compagnia e qualche suo verso recente nell'aria fumosa e odorosa, poi - a due portoni di distanza - qualcuno saliva per trascorrere un'oretta in compagnia di Aldo nel suo studio in Via Margutta si stava a chiacchierare o discutere, intenti anche a curiosare tra le fotografie di sua moglie Valeria (sistemate in una Galleria infinita di collage tratti dalle riviste patinate)... e i suoi lavori, in preparazione o finiti poi si saltabeccava tra argomenti mai prefissati: dalla musica classica alle barche che lui aveva gia' o avrebbe pilotato per conto di amici, dal cinema d'autore alle arti visuali in pieno fermento, nutrite ampiamente dalle sollecitazioni di altri amici di trattoria e dei discorsi in liberta' che ne scaturivano qualche esempio: Giulio Turcato, Toti Scialoja, Mino Maccari e Renato Barilli per la pittura, Ennio Flaiano per la satira scritta - anche in sceneggiature felliniane - e per la letteratura, Mario Orfini con Gianfranco Dettori, Paola Pitagora, Giorgio Bonora, Claudia Giannotti e altri personaggi dello spettacolo privi di quei oggi troppo diffusi e infine il Gotha del giornalismo di reportage che - dalla vicina sede RAI di Via del Babuino - arrivava a raccontarci il mondo con le parole di Ruggero Orlando, Sandro Paternostro, Antonello Marescalchi, Riva e il giovane Jas Gavronsky non mancavano persone come il pantofolaio della via, due impiegate in uno studio medico e personaggi come Giangiacomo Feltrinelli, il pioniere di RAI 3 Angelo Guglielmi, Andrea Barbato e la sua ex moglie Carola attiva come gallerista d'arte contemporanea, Mimi' Paolella regista dei primi ''Musical'' italiani con De Sica, docenti di filosofia e matematica, Elio Costanzi costumista a Cinecitta', i fratelli Ciarletta: Francesco l'architetto attivo con gli 'scketches' per i cineoperatori e l'avvocato dei cinematografari di turno... ma l'elenco prenderebbe troppe pagine tornato a Milano, mi parve logico esporre nello <> quelle opere che non avevo commissionato per me ma individuato come adatte al mio gusto nell'arredare; ne avevo acquistate molte e si aggiungevano a quelle che mio padre aveva accumulato nelle sue visite come gallerista in Via Margutta, cosi' iniziai a farle esporre nei negozi piu' adatti in quella Montenapoleone che sarebbe diventata il nucleo del ''quadrilatero della moda e degli show-room piu' rinomati'' passando di sera mi piaceva aver realizzato - per un amico scomparso improvvisamente - un percorso visivo che punteggiava le vetrine nella strada con le visioni informali e affascinanti che persistevano, cosi', nella poetica delle opere di Aldo.
Emilio De Tullio

Roma, 2 maggio 2011


Caro Cecchini*,
la pesca non è stata molto fruttuosa. Io ci ho provato. Apprezzi la buona volontà. Ho trovato molti programmi della nostra cara Valeria, ma non c'erano nell'elenco e quindi lei già li aveva. Le faccio molti auguri per il suo lavoro veramente meritevole. I vecchi attori vanno ricordati: mi sembra, però, che siamo in pochi a onorarli. La raccolta di quarant'anni di lavoro teatrale di Aggeo (in verità sono molti di più, ma io ho tenuto solo i programma del periodo che dal '60 al 2000) sta per partire per Napoli. Ma anche questa è un'impresa. Ne vale la pena con i tempi che corrono? Non so. Comunque voglio essere ottimista e spero che qualcosa cambi in meglio. Ne abbiamo bisogno tutti.
Un caro saluto anche da Aggeo.
Mirella Savioli
*la lettera è stata inviata con la donazione al Centro di n. 6 libretti di sala, mancanti nell'archivio dell'attrice, provenienti dalla raccolta di Aggeo e Mirella Savioli. 

gennaio 2011

Valeria Moriconi - Jesi, la sua anima

 Aveva voluto conservare, in arte, il cognome del marito Aldo Moriconi, industriale e pittore jesino, sposato quando erano giovanissimi. "Io sono marchigiana e non vorrei ci fossero equivoci". Il cognome del padre Angelo era infatti Abbruzzetti.
A vent'anni era stata anche eletta Lady Marche.
Da quando nel 1961, con Franco Enriquez, Glauco Mauri e Mario Scaccia diede vita alla Compagnia dei Quattro ho seguito, passo dopo passo, la sua carriera in Tv e in teatro. Alternava entusiasmi e dubbi. Aveva la coerenza dell'incoerenza.
Amava la sua città natale: "A Jesi torno a respirare quando in altre parti sto soffocando. A Jesi ho amato, ho pianto, ho riso, sono stata felice. Jesi è la mia anima".
E Jesi, con la Fondazione che porta il suo nome, la ricorda in positivo: ha raccolto i suoi copioni, le sue lettere, i suoi costumi, le registrazioni Tv delle sue interpretazioni - particolarmente significativa la sua Mirandolina de La locandiera - le interviste, e la raccolta delle recensioni dei suoi spettacoli. E, ogni anno i giorni della nascita e della morte, sono appuntamenti precisi, grazie all'impegno soprattutto di Franco Cecchini, non solo per rammentare il suo lavoro e il suo forte carattere, ma anche per guardare avanti, alle nuove forze del teatro. Valeria guardava sempre avanti. E nel 1985 individuava "nell'egoismo, il male di oggi".
Ricordo anche i suoi pentimenti: quando a Verona, nonostante le insistenze di Franco Enriquez, non volle interpretare il ruolo della shakespeariana Giulietta. Nel recensire lo spettacolo Roberto De Monticelli scrisse: "Avevate la Giulietta giusta e non l'avete utilizzata". Ricordo anche un suo bacio, sulla guancia. Si stava girando la seconda parte de Il mulino del po, in esterni e una foto fu scattata davanti alla tenda sulla quale era indicata la funzione di quello spazio. 'Trucco'. Un caso o malizia del fotografo?
Emilio Pozzi ( tratto dal volume "Quando non c'erano i gossip", ed. Greco&Greco)


 


2011
MORICONI (ABBRUZZETTI) Valeria (1931 – 2005)

Sono felice che i suoi concittadini abbiano deciso di onorarne la memoria. Un ringraziamento particolare va a Franco Cecchini che con varie iniziative omaggia il suo straordinario talento di attrice e ne tiene vivo il ricordo. Ma io non posso non ricordare quando – si era negli anni Cinquanta del secolo passato – Valeria Abbruzzetti, la figlia del Sor Angelo e della signora Oliviera, che se ne era andata a Roma decisa a fare l’attrice di cinema e di teatro, non godeva buona stampa in quella sua Jesi che tanto amò. La ragazza, infatti, dopo aver frequentato il Liceo Classico Vittorio Emanuele II (dal quale era uscita due anni prima che io vi mettessi piede, più o meno come è avvenuto con la signora Clio Maria Bittoni, moglie del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano) ed essersi appassionata fortemente alla recitazione nella Filodrammatica del Circolo Cittadino, assieme a Corrado Olmi e a Nicola Rossini, si mise in testa che avrebbe fatto l’attrice di professione e se ne andò a vivere nella capitale. La sua esperienza di palcoscenico l’aveva fatto nel 1947 e quasi per caso: infatti si era ammalata improvvisamente un’attrice della Filodrammatica e dovettero rimpiazzarla di corsa. Nicola Rossini si ricordò di una ragazza che lo aveva molto colpito durante una recita poco più che scolastica e la chiamò. Valeria aveva sedici anni: salì sul palcoscenico da cui non è più discesa. Si era sposata giovanissima con Aldo Moriconi – figlio di un industriale jesino del settore laniero – che l’assecondava nelle sue ambizioni di attrice: anche lui era dotato di talento artistico; era infatti un ottimo disegnatore e acquafortista del quale non si è più parlato. E ciò è un vero peccato. Però dicevamo che Valeria, allorchè decise di compiere il grande passo, non godeva a Jesi di grand considerazione. Lo scetticismo congenito degli abitanti faceva sorridere con aria di sufficienza coloro a cui si parlava di lei e della sua forte volontà di sfondare nel mondo dello spettacolo. Qualcuno ricorreva alla derisione, con la solita filosofia di questa città che si può riassumere nell’espressione : “Chi si crede di essere?”, oppure: “Ma che si è messa in testa?”. Intanto a Roma Valeria frequentava il giro del Caffè de Paris di Via Veneto dove attori, registi, scrittori, poeti e fotografi (questi ultimi detti paparazzi) erano di casa. Lì fu notata da Alberto Lattuada che nel 1953 le affidò una parte nel film Gli italiani si voltano a cui seguirono altre parti secondarie in qualche altra produzione cinematografica con Totò, Aldo Fabrizi e via dicendo. Fu allora che lo scetticismo dei suoi concittadini si trasformò in maldicenza. Le battute su Valeria, della cui caparbietà si intravedevano i primi concreti risultati, cominciarono ad essere cattive. Io ero molto amico, nonostante la notevole differenza di età, del padre dell’attrice, il Sor Angelo Abbruzzetti (del quale parlo anche in altre pagine) e posso assicurare che di questi chiacchiericci volgari egli soffriva molto. Ci capitava spesso di passeggiare, di sera, lungo Corso Matteotti e il Sor Angelo non mi nascondeva la sua profonda amarezza per l’atteggiamento ostile e grossolano dei concittadini nei confronti della figlia (e per fortuna non poteva sapere tutto quello che si diceva in giro perché, ovviamente, nessuno se la sentiva di riferirgli le volgarità più offensive e vili). Invece diventava felice quando poteva riferire la notizia in prima battuta di qualche bel successo ottenuto da Valeria e che lui annunciava con legittimo orgoglio. Nel 1957 Eduardo De Filippo notò l’attrice, ne soppesò la caratura e le affidò la parte principale, accanto ad Achille Millo, nel lavoro teatrale De pretore Vincenzo. Pochi mesi prima l’aveva sperimentata nella commedia Il medico dei pazzi di Eduardo Scarpetta, rappresentata dalla sua compagnia, e ne era rimasto entusiasta ( si veda la mia prima intervista a Valeria in Momento Sera del 10 marzo 1957). La strada verso il successo era incominciata. La stima di Eduardo pesava e come nel mondo teatrale. Ma gli jesini continuarono nel loro atteggiamento di scetticismo. Ad alimentare il quale contribuiva la famiglia di un’altra attrice locale che pure aveva fatto la scelta di prendere la via di Roma per amore dello spettacolo. Fisicamente molto più attraente di Valeria (la quale, pur non bella nel senso tradizionale del termine, emanava un proprio particolare fascino) non riuscì tuttavia ad andare oltre la partecipazione a qualche fotoromanzo (con cui anche la Moriconi, per la verità, aveva iniziato lasciando però prestissimo quel mondo di serie B) e a conquistare per una volta la copertina di un settimanale che, mi pare, si chiamasse Sogno. Il nome di costei era Jane Gregori e , non so perché, la chiamavamo tutti con il soprannome non molto elegante di La Bezzecona. Ora nessuno sembra ricordare più questo ingeneroso comportamento degli jesini degli anni Conquanta. Ma siccome anche questa è storia, essa va dolorosamente registrata. Valeria Moriconi, anima che volava alto, fu la prima a dimenticarsene e amò sempre sinceramente la sua città natale che oggi mostra di ricambiare l’affetto. Anche se, lo ripetiamo, non è sempre stato così.

Armando Ginesi in “Cinquant’anni attorno all’arte. Dalla A alla Z” III edizione 2011

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5 dicembre 2010
  A parte quelle che ho espresso in sede di analisi critica nel post intitolato «Una Filumena borghese stile melò», la versione televisiva di «Filumena Marturano» impone ulteriori riflessioni, che vanno ben al di là dell'oggetto spettacolare in discussione. E per cominciare, occorre sgombrare il campo, senza esitazione alcuna, dal «dubbio» avanzato dai soliti imbonitori travestiti da giornalisti: siamo di fronte, si chiedono tali pappagalli in servizio permanente effettivo, alla «tv che si fa teatro» (come sostiene Mauro Mazza, il direttore di Raiuno) oppure al «teatro che si fa tv»?
   È un dubbio improponibile, naturalmente. Perché, altrettanto naturalmente, né la tv può «farsi teatro» né il teatro può «farsi tv». Si tratta di due dimensioni e di due mezzi di comunicazione diametralmente opposti e assolutamente inconciliabili: l'una, la televisione, è basata sulla superficie, sull'immagine che appare; l'altro, il teatro, è basato sulla profondità, sul corpo che agisce. E dunque, la «Filumena Marturano» mandata in onda da Raiuno resta solo un prodotto televisivo, del tutto autonomo rispetto alla sostanza drammaturgica del testo di Eduardo e al destino ineludibile, il suo compiersi sul palcoscenico, che tocca a quello come a qualsiasi testo teatrale.
   Ciò detto, occorre un commento a due dichiarazioni rilasciate dal regista e protagonista maschile, Massimo Ranieri, e dalla protagonista femminile, Mariangela Melato. Il primo ha dichiarato che la Melato ha aperto la strada all'interpretazione del personaggio di Filumena Marturano da parte di attrici non napoletane; la seconda ha dichiarato di aver respinto la proposta d'interpretare quel personaggio fattale da Eduardo quando lei era agli inizi della carriera.
   Ebbene, le due dichiarazioni sono: quella di Ranieri palesemente infondata e quella della Melato abbondantemente opinabile. Chi ha aperto la strada all'interpretazione del personaggio di Filumena Marturano da parte di attrici non napoletane è stata, nel 1986, Valeria Moriconi; e in quanto alla proposta eduardiana di cui parla la Melato, appare assai difficile crederci: intanto perché Eduardo indicò sempre e soltanto nella Moriconi (lo disse più volte, ripeto, anche a me) «l'unica attrice non napoletana in grado di fare Filumena Marturano»; poi perché con la Moriconi Eduardo aveva un legame forte e nutrito di un affetto quale può intercorrere fra un padre e una figlia (Valeria, ricordiamolo, aveva cominciato con lui); e infine perché risulta davvero improbabile che Eduardo abbia potuto concepire anche soltanto la più lontana ipotesi di affidare Filumena Marturano (la definì, come sappiamo, «la più cara delle mie creature») a un'attrice pressoché esordiente.
   Ma c'è da chiedersi - ed è questo il punto decisivo - il vero motivo per cui la «Filumena Marturano» di Valeria Moriconi non sia mai stata ricordata (l'ho fatto solo io) in alcuna delle interviste giornalistiche e in alcuno dei servizi televisivi - numerosissimi le une e gli altri - relativi all'operazione di Raiuno. Una semplice dimenticanza? Sarebbe stata comunque vergognosa, perché Valeria Moriconi merita l'attenzione e il rispetto che si devono non solo a una grande attrice, ma anche e soprattutto a una persona spentasi prematuramente per una malattia crudele. Io non credo, però, che si sia trattato di una semplice dimenticanza. Credo, invece, che si sia trattato di un'omissione premeditata, da inquadrare nel più vasto disegno che il potere (economico, politico e, appunto, televisivo) sta portando avanti circa la cultura in genere e il teatro in particolare.
   Quando i responsabili della Rai e i loro corifei acquartierati nei giornali si son riempiti la bocca della «cultura finalmente riportata nella prima serata dei palinsesti televisivi», parlavano, giusto, della «cultura» quale essi la intendono: qualcosa, per l'appunto, che attiene alla superficie (comunque paludata) e non alla profondità (comunque articolata), all'apparenza (comunque motivata) e non alla sostanza (comunque praticata). È sotto gli occhi di tutti, del resto, il fenomeno della colonizzazione del teatro da parte della televisione, con l'ormai inarrestabile esercito dei tanti personaggi del piccolo schermo cooptati d'ufficio sui palcoscenici senz'alcuna ragione che non sia quella del possibile (voglio dire ipotetico) richiamo da loro esercitato sul pubblico.
   È questo il futuro della cultura, una marmellata insapore somministrata in dosi massicce a utenti abituati soltanto alla fruizione passiva indotta dalla televisione? Ed è questo il futuro del teatro, un'eterna fiction spacciata per drammaturgia, uno sceneggiato interminabile spacciato per prosa? Ci pensino, i teatranti. Incombono, sul teatro, pericoli ben più gravi di quelli che incarnano i tagli alle sovvenzioni.
Enrico Fiore (dal blog: Controscena. Il Teatro visto da Enrico Fiore "Filumena, la televisione e il teatro", inviato dall'autore al Centro Valeria Moriconi)


1 dicembre 2010
Circa la versione televisiva di «Filumena Marturano» mandata in onda ieri sera da Raiuno, risulta sin troppo facile osservare che il punto di maggior interesse (e quello su cui, presumibilmente, convergeranno le obiezioni di puristi e sciovinisti) è l'interpretazione del gran personaggio da parte di Mariangela Melato.
La Melato è la seconda attrice di rango non napoletana a cimentarsi nell'impresa. La prima, nel 1986, fu Valeria Moriconi, che, del resto, con Eduardo aveva cominciato. E forte dell'investitura concessale dallo stesso Eduardo - il quale dichiarò in vita (lo disse, e più d'una volta, anche a me) che lei «era l'unica attrice non napoletana in grado di fare Filumena» - scelse di non modificare nemmeno una virgola del testo originale, affrontando, dunque, pure lo scoglio impervio del dialetto.
Le conseguenze furono due. Alla «prima» nazionale del 17 novembre al Duse di Bologna, in presenza del pubblico amico (aveva casa in via del Pratello) Valeria non si preoccupò di come pronunciava le parole napoletane, badò a far venir fuori la sua lettura del testo in chiave strindberghiana: una lettura fondatissima perché, in «Filumena Marturano», c'è assai poco amore e, invece, molto di qualcosa ch'è peggio dell'odio, il rancore. Ma quando venne a Napoli, nel marzo dell'88, la Moriconi ebbe paura. Tentò disperatamente di «parere» napoletana. E il risultato fu che al Politeama vedemmo uno spettacolo che non era né Eduardo né Strindberg. (...)
Enrico Fiore (da Il Mattino "Una Filumena borghese stile melò", inviato dall'autore al Centro Valeria Moriconi)


ottobre 2010 

RENATO BORSONI RICORDA LA STAGIONE DI VALERIA AL CTB CON CASTRI

Eravamo indecisi se proseguire su Pirandello o incominciare con Ibsen: “La vita che ti diedi” o “Spettri”. Comunque un titolo che esigeva una grande attrice, e noi eravamo ancora ragazzacci ( io cinquantenne) di un teatro borderline. Mi venne in mente Valeria, con la quale ci eravamo conosciuti di sfuggita ai tempi del Liceo jesino, ma aveva una specie di venerazione nei confronti di mio padre, che era stato il suo direttore didattico, e andava a trovarla in camerino durante la tournées. Le telefonai e ci incontrammo a Roma nella sua bella casa sui tetti di via del Pellegrino. Ero con Arnaldo e capimmo subito che ci sarebbe stata: aveva bisogno in quel momento di dare una scossa alla sua immagine. Lasciai a lei la preferenza per uno dei due titoli: tanto, erano due madri e un giorno o l’altro avrebbe dovuto decidersi per un ruolo non ancora previsto dalla sua vitalità. E a un certo punto arrivò Enriquez: tutte le mattine saliva in casa da Regina Coeli dove una disavventura di carattere fiscale lo obbligava a passare la notte. Era solare, come sempre: e di fronte all’incertezza di Valeria, non esitò a dire la sua, e a motivarla. Pirandello. Si decise quella mattina. Una volta, poi, Franco ci raggiunse in tournée a Padova e durante lo spettacolo – che anche lui aveva visto diverse volte – andammo a berci uno scotch a un bar vicino: mi invitò ad assaggiare una marca che non ho più lasciato. Con una serenità e una leggerezza che erano il suo timbro confidenziale il regista Enriquez disse: “Ecco, io chiuderei tutti i teatri italiani per un anno, e farei girare soltanto questo”. Il periodo delle prove era stato tesissimo, fin dai primi giorni. Le novità drammaturgiche chiedevano una dedizione totale alla ricerca quotidiana del regista: Valeria, fino a quel momento della sua storia personale entusiasta ed estrosa protagonista di un teatro tutto diverso come procedimento creativo, ora era alle prese con un regista solo apparentemente in cerca di se stesso, cominciò a meditare la fuga. Ma sapeva anche di non esserne capace, perché vera donna di teatro. Mi chiese di parlarne a tu per tu. E fu sul divano di casa mia – sempre il divano di Carlo Hauner – che pianse di rabbia e di frustrazione. Ma quando la sera della prima al teatro Grande un mese dopo, nella scena madre si spalancò la porta di fondo e lei in controluce scese di corsa e a braccia aperte verso il pubblico gridando il suo urlo di madre, a me venne sì la pelle d’oca, ma l’applauso fu di quelli che non si dimenticano. E anche per me fu come un punto d’arrivo. Avrei persino cambiato lavoro, da quella sera.
Renato Borsoni in Fiezze Scomposte


17 agosto 2010
Ho intervistato e fotografato più volte la grande Valeria Moriconi, il ricordo che ho di Lei è straordinario, Grande Attrice e Grande Donna. Ciao Valeria ti porto nel mio cuore.
Neva Furini


6 marzo 2010
Ho sempre amato l'attrice Valeria Moriconi, un mito come donna e come 'signora del palcoscenico'. Tutto questo lo devo a mia madre che mi fece vedere un episodio de 'Gli italiani si voltano', poi in seguito l'ho seguita come giornalista.
Paola Aspri


6 febbraio 2010
Grazie alla Sig.ra Valeria Moriconi,che ha incantato intere generazioni di spettatori ed amanti del teatro e dello spettacolo. Io l'ho sognata ed ero con lei in scena. Questo mi fa' credere che sono un attore e mi motiva anche in questa professione. Di sicuro ci abbraccia da lassu'. Con stima ed amore.
Matteo Lagana'

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3 gennaio 2010

Dopo aver assistito alla "Locandiera" al Teatro Picinni di Bari, impersonata da Eva Robin's, ho visto scendere dalle scale del teatro tre vecchiacce che commentavano l'esibizione dell'attrice. "Incredibile: è monocorde dall'inizio alla fine. Ah, La Locandiera di Valeria Moriconi...". A me la Robin's è piaciuta. Punto. Un'altra persona che ha assistito allo spettacolo e da me incontrata all'uscita ricordava la rappresentazione della Moriconi. Oggi mi telefona un'amica chiedendomi dello spettacolo. Viene fuori il nome di Valeria Moriconi. Mi viene un dubbio: ma non è per caso morta?Nooooo, mi assicura l'amica. Perchè ricordavo qualcosa di brutto. Ma no, ho pensato anche io, la Moriconi è viva e vegeta. Ci mancherebbe. Poco fa ho controllato su Wikipedia. La Moriconi è morta nell'estate del 2005! Allora ricordavo bene. Peccato: era talmente brava e vitale che me la ricordavo ancora viva!

Romolo Ricapito (Post n. 2744)


31 agosto 2009
Da grande estimatrice dei romanzi "Chéri" e "La fine di Chéri" in questi giorni non sono voluta mancare alla proiezione del nuovo film di Stephen Frears con Michelle Pfeiffer sul primo dei due romanzi di Colette. Dalla sala sono uscita disgustata. Un film che riduce il grande romanzo a una storia senza spessore, ridicolizzandola e svuotandola di tutto ciò che di più profondo, sottile, commovente aveva il libro. Ho così riguardato una vecchia videocassetta in cui ancora conservo la registrazione della rappresentazione teatrale della piéce scritta da Colette e lì interpretata da attori italiani nel 1986 con Valeria Moriconi nella parte di Léa. La rappresentazione fu proiettata in tv anni fa su raisat, se non erro. Guardare recitare Léa da Valeria Moriconi mi ha consolata in maniera deliziosa. Voglio così farle i miei complimenti, ringraziandola di cuore. La sua voce, il suo sguardo, la sua risata hanno di colpo vendicato ai miei occhi almeno Léa da questo recente film tanto atteso che si è poi rivelato uno scempio e una calunnia alle atmosfere e ai personaggi del capolavoro di Colette. Un abbraccio.
Annalù


24 luglio 2009
Cercavo la signora Moriconi sul palcoscenico, per intervistarla.
Non la trovavo.
Era distesa sul divano di scena, che si riposava un attimo.
"Sono qui!", mi disse, attirando la mia attenzione. Sorrideva.
E considero un regalo il fatto di sorridere ogni volta che ci penso, a quel nostro primo incontro, a distanza di anni. Ricordando la sua gentilezza, anche quella con cui mi regalò dei suoi ricordi. 
Annalisa


13 gennaio 2009
Cara Valeria,
sono proprio felice di essere qui questa mattina in un teatro che a te era molto molto caro perche ne sei stata a lungo la prima attrice con il tuo Franco Enriquez.
E sono felice di condividere con altri amici questa bella iniziativa e il ricordo che ho di te.
Qualche giorno fa Franco Cecchini, Direttore del Centro Valeria Moriconi, mi ha spedito un libro dedicato a te, che raccoglie tante tue interviste assieme a foto e ricordi della tua vita.
Cecchini mi ha invitato a partecipare a questo incontro, e allora ho pensato di scriverti una lettera, questa, a te che amavi le lettere e ne scrivevi di bellissime.
In un'intervista ti hanno domandato "Lei ha mai scritto?" Hai risposto: "No, però mi sono sorpresa a scrivere il mio epitaffio, 'Sono stanca come foglia d'autunno/il verde sarà nuovo ma non il mio'. Dicono che scriva belle lettere. Lo faccio quando voglio che rimangano le parole".
Ecco, io voglio che qui, ora, le mie parole rimangano. Perciò ti scrivo piuttosto che parlare a braccio, perché voglio che queste mie parole scritte a te per questa mattina del 13 gennaio 2009 al teatro Argentina rimangano, a te e a tutti noi che siamo qui con te.
Siamo qui con te certamente per il libro a te dedicato, ma soprattutto siamo qui perche non e possibile dimenticarti, e questo libro ne è la prova.
In un'altra delle tue interviste dici "Se qualcosa deve restare di me, deve restare nell'aria, nello spirito che viaggia intorno alle nuvole", e in un'altra dici ancora "Sappiamo che di noi non resterà niente, se non la memoria delle persone. Quando non ci sarà più nessuno a ricordarmi, allora sarò morta davvero, grazie a Dio".
Valeria cara, tu sei nella nostra memoria come pure nei nostri cuori, e grazie a questo libro "Valeria Moriconi come in uno specchio" potremo leggerti e leggerti, e leggerti ancora, adesso e sempre, e le tue parole viaggeranno nell'aria fra le nuvole, e certo sarai ancora con i tuoi pensieri nei nostri pensieri.
E' bella l’idea di questo libro. Chi ha avuto l'idea di mettere insieme i tuoi pensieri di donna e di artista lo ha fatto esprimendo il desiderio di tanti, di tanti di noi che desiderano poterti ritrovare ancora una volta.
Chi mi conosce bene sa che per me tu eri e sei una luce, e sa che mi manchi molto. Terrò il tuo libro sul comodino, e lo porterò con me quando sarò in giro per i teatri. Ti leggerò nei momenti tristi e felici. Ti leggerò ogni volta che avrò nostalgia di te. Mi mancherai sempre, ma ora potrò aprire una pagina del libro e ritrovarti, almeno un poco. Grazie per questo libro che raccoglie una parte di te, se pure di una piccolissima parte di te.
Mentre lo leggevo in questi giorni mi e capitato spesso di pensare, "Sì, sì è così, com'è vero quello che dice Valeria, anch'io la penso proprio così", o anche mi è capitato più volte di tornare su un tuo pensiero e di dirmi "Bisogna che ci rifletta, perché è un aspetto della vita, o del teatro, su cui non ho ancora ragionato abbastanza". Leggendoti poi mi è capitato anche di ridere, di sorridere, di sentire la tua voce, di ascoltare la tua risata magica, di provare rinnovato affetto per te, di provare ancora una volta sentimenti uguali ai tuoi, e qualche volta, pensa che bello per me, ti ho rivisto in scena, con la tua luce..
Cara Valeria, un grande pittore, Paul Klee, diceva: "Ognuno nella vita deve muoversi nella direzione segnata dai battiti del proprio cuore".
Tu l'hai sempre fatto.
Ciao Valeria,
un abbraccio dal cuore,
Mascia
(Mascia Musy in occasione della presentazione a Roma, nel foyer del teatro Argentina, del volume "Valeria Moriconi. Come in uno specchio" e della prima edizione del Premio Internazionale Valeria Moriconi)


14 agosto 2008
Gentilissimo Dottor Cecchini, desidero felicitarmi per il bellissimo volume dedicato alla grande Valeria Moriconi. Ieri sera ho terminato di leggerlo e vi ho ritrovato tutto il carisma, la franchezza, la profonda onestà intellettuale che avevo avuto modo di riscontrare durante i miei cinque o sei incontri di persona con la signora Moriconi, tra i quali un’intervista per un’emittente televisiva veronese in occasione di una replica di “Gin Game” presso il teatro Salieri di Legnago. Le scrivo questa mail anche per pregarLa vivamente di recuperare e rendere pubblica la registrazione dell’ “Edipo” di Seneca, regia di Castri che si trova presso la sezione video della Biblioteca Sormani di Milano: è un ricordo che risale al 1995, quando ero allievo-attore dell’Accademia dei Filodrammatici, ma è un ricordo molto vivo.
Alessandro Rinaldi


Luglio 2008
Gentile direzione, rispondo al vostro cortese invito alla giornata dedicata alla figura di Valeria Moriconi presso il vostro teatro ma, purtroppo, e me ne dispiace moltissimo, non posso essere presente per impegni precedentemente presi. Credo sia un momento davvero importante per il Teatro riflettere oggi sul lavoro e sulla persona di Valeria Moriconi, su quanto sia stata e tutt’ora continui ad essere punto di riferimento morale ed estetico.
Giovanna Marinelli – direttore del Teatro di Roma


Milano, giugno 2007
Mi auguro che questo Centro Studi e la memoria di una maestra come Valeria Moriconi sia un insegnamento e incontro per chi, oggi, intraprende la difficile via del Teatro!
Con la più grande stima agli organizzatori.
Cordiali saluti
Giulia Lazzarini


Giugno 2007
Ho per Valeria un’ammirazione sconfinata e la sua mancanza nel teatro di oggi la sento profondamente.
Anna Proclemer


21 giugno 2007
È bello ricordare Valeria nel luogo in cui fu artisticamente regina. Complimenti a chi con tanto amore e capacità ha organizzato un evento come questo nel nome di un’artista che ha un posto preminente nella storia dello spettacolo italiano. Gloria a Valeria.
Giorgio Albertazzi


20 giugno 2007
Appare sempre improbabile conservare la memoria di una attrice o di un attore, perché sembra che tutto il lavoro svolto sia sempre stato ammantato di futilità, a volte drammatica, altre volte gioiosa. Ma questa è soltanto la patina che ricopre questa arte d’artigiana fattura. Dietro l’immagine c’è un lavoro serio e tenace volto a far sì che quelle che sono state incastonate nel diadema delle Muse, siano ricordate nel tempo. La nascita di attrici e attori, che con la loro arte affabulato ria hanno drammaticamente e gioiosamente inciso i solchi degli hard disc della nostra Anima, sono essenziali per testimoniare la crescita degli stati emozionali della Vita. Ricordare attrici come Valeria Moriconi non è soltanto e non è solo menzionare un qualcosa, o un qualcuno, che è stato e quindi relegare il tutto ad una memoria al merito, ma affermare che in un tal momento, in un tal posto o in un tal modo, qualcuno ha lasciato indelebile memoria, un sentimento che ha segnato la nostra Anima.
Leo Gullotta

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27 gennaio 2007

(...) A teatro ha avuto anche amici oltre che compagni di viaggio?

" A teatro ho conosciuto tutti: Gassman, Albertazzi, Ferzetti, Galloni che è stato il maestro di tutti noi, Aldo Trionfo e Ferzen...L'amicizia vera l'ho conosciuta ai tempi della Compagnia dei Quattro. Con tutti loro ma specialmente con Franco Enriquez e Valeria Moriconi, posso davvero dire di aver lavorato divertendomi".

Intervista a Lele Luzzati su Spazio forum


Novembre 2005
Carissimo Franco, ancora grazie per avermi permesso di condividere con te, con voi tutti, il grande compleanno di Valeria. Mi auguro che altre parole, ricordi, segni, ombre e sogni ci travolgano insieme a lei…
Mariella Fabbris


15 novembre 2005
...Consideratemi con voi in questa festa/ricordo per la cara Valeria a cui mi legano tanti bei momenti e un affetto profondissimo.
Mariano Rigillo


14 novembre 2005
Cara Valeria, stasera al Teatro Strehler di Milano il nostro spettacolo è dedicato a te.
Il tuo amico Roberto Herlitzka


14 novembre 2005
Buon compleanno Valeria. Grazie per ciò che mi regalasti allora, come attrice e come donna. Non ti dimentico. Ti tengo nel mio cuore.
Micaela Esdra


12 novembre 2005
Cara Valeria, tra i tanti sentimenti che la tua persona mi ispira c’è anche il rimorso. Sì, il rimorso. Anni fa, durante un ciclo di conferenze che mi avevi commissionato a Jesi per gli studenti dei licei, lezioni spettacolo su Shakespeare e i classici antichi, mi avevi proposto di scrivere un monologo su Amleto al femminile per te. La proposta m’era parsa strana, non capace di stimolarmi nervi e fantasie. Ti avevo fatto subito alcune controproposte, ma tu, serrando la bella bocca colla smorfia impaziente esibita quando ti si contrariava, avevi declinato il tutto. Poi, la tua squillante risata mi aveva accompagnato alla porta, mentre uscivo dal tuo camerino. Un anno dopo, d'estate, avevi accettato di leggere a Madonna di Campiglio, nel teatrino della Principessa asburgica Sissy, all'Hotel des Alpes, un mio montaggio sulle Madri di Bonternpelli, intitolato "La luna". Eri arrivata di notte dopo un'anabasi interminabile e sotto una pioggia da fine del mondo dalla lontana Verona dove Scaparro ti stava dirigendo in qualche Goldoni, credo fosse "I1 teatro comico". Io preoccupatissimo per il ritardo fumavo davanti al vecchio albergo, a spiare nel buio della notte i fari della macchina che portava il carico prezioso. Poi sei apparsa all'improvviso, avanzando sul sentiero ghiaioso e ti reggevi al braccio di una segretaria, un foulard a mo' di chador a celare fisiognomie e spossatezze. Quando mi hai scorto, subito un ruggito rauco che mi invitava a sparire all'istante perche non volevi farti vedere "in quegli stati". La mattina dopo, alle 12, dovevamo incontrarci, come convenuto, per fare una prova della lettura. E anche in quella circostanza ti tenevi riparata da un immane asciugamano-sipario che ti proteggeva il volto. Ogni tanto intravedevo nondirneno la ginnastica degli zigomi che eri abituata a far scattare per difenderti dall'urto degli anni, urto che accoglievi con leopardiana mansuetudine. Alludo al Leopardi, tuo corregionale, della Ginestra, ovvero alla sua filosofia epicurea di non cedere e non resistere alla violenza della Natura. Ma la sera, ma la sera quando sei scesa dalla scalinata nella hall dove ti attendevano fotografi e cronisti locali, eri proprio uno schianto, Valeria mia, i capelli alzati dalla lacca e perfettamente tesi a incorniciarti 1'ovale di Madonna sbarazzina, lo sguardo dardeggiante, le ombre e il trucco sobrio, la felicità e la tensione prima della lotta col pubblico che già ti accendevano i motori del corpo e dell'anima. Si, la stessa epocale trasformazione che ti faceva bellissima nel finale del tuo "Emma B. vedova Giocasta". Il mio testo era complesso e triste, come spesso in Bontempelli, come spesso in me. E ti sporgevi in quel caso su uno dei buchi neri della tua vita, l’assenza di figli, immedesimandoti con una sofferenza cantilenante e bizzarra. Alla fine, sotto il consueto uragano d'applausi, avevi alzato le braccia verso le luci che ti benedivano dall'alto e avevi chiesto una piccola pausa. Solo per esclamare: "Spero di poter tornare qua da voi, con qualcosa di più allegro. Ma, capite, è la vita che è triste. O no?" E giù un'altra risata liberatoria e difensiva, mentre mi salutavi con felina solidarietà. Tra me e te ogni tanto si instaurava la gerarchia dei ruoli espresso nel delizioso pastiche di Palazzeschi, dedicato ad una disinibita Contessa, copione che avevi riesumato col tuo gusto infallibile. Nei nostri incontri, io recitavo infatti quello del professore attratto dal palcoscenico, ma perplesso davanti a splendori, miserie e rischi dello stesso. Tu invece eri un misto di Giamburrasca, di Madame sans Gene e di Marguerite Gauthier, vogliosa di verità crude, di irritualità e di passioni, consapevole che tutto passa, e che il teatro è la sintesi fulminante dell'esistenza, per metamorfosi e dissoluzioni. Insomma, Valeria mia, scusa la mia viltà, scusa se non sono stato all'altezza della tua domanda. Se me 1'avessi chiesto oggi, avrei ceduto, credimi. "Ma, capisci, è la vita che è sfasata". O no? Aggiungere che senza di te questo nostro teatro è ancor più povero, e superfluo, ancor più mediocre e inutile e falso sarebbe un congedo retorico, registro da te detestato. Allora ti confesso che ci sono i giovani, da qualche parte, i tuoi giovani. E qualcosa si può sperare, dunque, in mezzo a tanta disperazione. Da dove sei, guardaci pure senza ridere troppo, per favore.
Tuo Paolo Puppa


 Fiesole, 2 novembre 2005
… Valeria è stata la mia amica-sorella dal lontano 1962 ed abbiamo condiviso gioie e dolori di tutti questi anni. Non riesco ancora a “decantare” questo terribile dolore della sua perdita e non ho davvero la forza ed il coraggio di raggiungervi per questa data. Lo farò in seguito...
Grazia Bonaiuti

 
 
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